Pubblicato da: Max | 4 gennaio 2010

Impariamo a risolvere i problemi

Il “Problem Solving”, questo sconosciuto.

link originale: http://wp.me/pKFfl-Q

 

Facciamo un po’ di Background, prima di affrontare in modo analitico l’approccio a questa attività che, racchiusa nel mondo informatico, è definibile una vera e propria “arte”.

Nel corso della mia (ahimè!) ormai lunga carriera ho incontrato problemi informatici di ogni tipo, ho lavorato con tante persone che affrontano quotidianamente problemi sul campo, ho formato diverse persone per svolgere in modo adeguato le operazioni di supporto alla corretta gestione dei sistemi informativi.

Il primo elemento importante che ho notato nell’approccio delle persone a queste attività, e, generalizzando, l’approccio delle persone al mondo dell’informatica, è che l’approccio metodico e sistematico, probabilmente perché più lungo, è detestato da molti, anche addetti ai lavori, che prediligono metodi personali basati sull’istintività. Strano, vero, per un mondo, come quello dell’informatica, basato su logica e matematica.

Alcune ricerche personali mi hanno portato a pensare che l’uso eccessivo dell’istinto, in campi matematici, sia dovuto principalmente a due cause: mancanza di preparazione tecnica, e mancanza di elasticità mentale. Per quest’ultima causa c’è poco da fare (piccola bugia giustificata, per non entrare in argomenti vasti che esulano dallo scopo di questo articolo), ma la preparazione tecnica si può acquisire, partendo dalla base dello studio metodico, applicandolo successivamente al “mondo reale”, ai problemi quotidiani.

Faccio qualche esempio esplicativo: a volte vedo i miei collaboratori affrontare i problemi in modo aleatorio, procedendo per tentativi. Risulta ovvio un approccio poco “sistematico”, ed ho cercato di caprine i motivi, giungendo alla conclusione che diversi fattori interni ed esterni contribuiscono a determinare un approccio definibile “casuale”.

Innanzitutto, quando si è di fronte ad un problema, c’è probabilmente un cliente, dall’altra parte della cornetta, a cui non stanno funzionando sistemi vitali per la propria attività. Questa situazione, ovviamente, genera ansia nel sistemista addetto alla soluzione del problema. Il secondo fattore si genera automaticamente, ed immediatamente, nel cervello del tecnico: il pensiero può essere tradotto in “come fa un sistema che fino a poco fa funzionava correttamente, a cui non è stata modificata alcuna configurazione, a non funzionare più?”. La domanda entra nell’inconscio del soggetto, creando confusione e abbassando le soglie della flessibilità cerebrale. La capacità di analisi diventa superficiale, e diventa difficile capire quali variabili siano cambiate per determinare il problema.

Nello stato divenuto “confusionale”, aumentato dall’ansia di dover trovare una soluzione nel minor tempo possibile, nella stragrande maggioranza dei casi si assume l’atteggiamento più dannoso possibile: si agisce per tentativi, tentando di modificare parametri di una configurazione fino a quel momento funzionante, e contravvenendo alla prima, e più importante, delle leggi del sistemista informatico: “sistema che funziona, non si tocca!”.

Con ogni probabilità la modifica di un parametro incontrerà la variabile responsabile del malfunzionamento, ed il problema si risolverà (n.b. il problema si risolverà, non avrò risolto il problema!), ma non si avrà la minima idea della causa del problema e di come sia stato risolto, e la modifica della configurazione inciderà, in un prossimo futuro, con il funzionamento complessivo del sistema, o con la relazione del sistema con il resto dell’architettura informatica. Come dire: se quella casella di spunta era selezionata, un motivo ci sarà stato.

Il risultato: con il passare del tempo i sistemi che hanno avuto problemi risolti con modalità “aleatorie”, tendono a divenire sempre più instabili.

Qual’è, quindi, l’approccio corretto per la soluzione dei problemi? Ne parleremo nel prossimo articolo.

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